L’area, riqualificata con progetto condiviso dal Comune di Tivoli e la Soprintendenza di Stato, prende il nome dalla monumentale ara marmorea della Vestale Cossinia, risalente agli inizi del I sec. d.C., facente parte della necropoli repubblicano-imperiale dell’antica Tibur sulla via Valeria, rinvenuta durante gli scavi del 1929.
L’ara si innalza su un basamento composto di cinque gradini in blocchi di travertino, affiancato da un altro basamento di tre gradini sotto il quale furono rinvenuti uno scheletro femminile di una bambina con corredo costituito da un cofanetto in ambra e una bambola snodabile in avorio (attualmente conservate nel Museo Nazionale Romano).
Sull’ara dell’anziana vergine, devota al culto della dea Vesta per ben 66 anni, si conserva l’iscrizione entro la corona, cui si intrecciano l’infula e la vitta tipiche dell’acconciatura muliebre, tramanda il nome della virgo vestalis Cossinia, figlia di Lucio; al di sotto, forse aggiunto in un secondo tempo, è il nome del familiare dedicante L. Cossinius Electus.
Nel retro sono incisi due esametri, viva testimonianza della fama popolare di cui la sacerdotessa, di antica e nobile famiglia tiburtina, morta ultrasettantenne e rimasta devota al culto di Vesta oltre il periodo consueto, godette:
“Undecies senis quod Vestae paruit annis, / hic sita virgo, manu populi delata, quiescit. / L(ocus) d(atus) s(enatus) c(onsulto)”
(Qui sepolta riposa la vergine, per mano del popolo trasportata, poiché per sessantasei anni fu devota a Vesta. Luogo concesso per decreto del senato).
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