Le ville romane di otium, così come quelle rustiche, erano molto diffuse nel territorio tiburtino, ricco di acqua, vegetazione e splendidi paesaggi, a pochi passi da Roma.
I testi latini ci raccontano che molti personaggi illustri della storia romana possedevano sin dal I secolo a.C. ville lussuose nel territorio tiburtino, dove ancora oggi si individuano i resti archeologi.
Tra le ville analizzate si annoverano quella attribuita al poeta Orazio (presso l’ex convento di S. Antonio), le due grandi ville attribuite ai cesaricidi Bruto e Cassio (presso la strada di Pomata), quella di P. Quintilio Varo (presso Quintiliolo), di Manlio Vopisco (presso Villa Gregoriana), di Ventidio Basso (strada di S. Martino), di Munanzio Planco (in via delle Piagge), di P. Titidio Capitone (presso la strada S. Marco); oltre a quelle più note ce ne sono molte altre identificate con il nome della località di rinvenimento. Il culmine di questi insediamenti fu rappresentato nel II secolo d.C. dalla villa dell’Imperatore Adriano, costruita tra il 118 e 138 d.C. Nel 275 vi passò i suoi ultimi giorni la regina Zenobia di Palmira.
Si collocano principalmente sulle pendici collinari aperte verso la campagna romana, in particolare quelle di Colle Ripoli e di Monte Sant’Angelo in Arcese.
L’antica Tibur era infatti apprezzata soprattutto per la sua splendida posizione collinare, oltre che per la particolarità delle sue caratteristiche orografiche e naturali e per la ricchezza delle acque.
Come noto, il territorio tiburtino e in particolare la zona della via di Pomata e del limitrofo percorso San Marco, era attraversata da ben quattro degli acquedotti che rifornivano Roma; anche a Tivoli l’abbondanza di acqua favorì l’addensarsi delle ville, che appartenevano quasi esclusivamente alla ricca aristocrazia senatoria romana, lungo i loro tracciati.
Tivoli era rinomata per la coltivazione della vite e soprattutto dell’ulivo; i maestosi olivi secolari si mescolano agli imponenti resti delle ville romane sulle pendici collinari, e le strade che immettono negli oliveti più importanti spesso coincidono con i percorsi che ci avvicinano ai ruderi.
La stretta relazione tra strutture archeologiche e coltivazioni di olivi, tra arte e natura, è un elemento specifico dell’ambiente tiburtino, difficile ritrovare in altre parti d’Italia.
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