Il Fiume Aniene

L'importanza del fiume

Tivoli interagisce profondamente con l’Aniene, il fiume che lambisce tutta la zona nord-orientale della città moderna, rappresentando, con i suoi numerosi corsi d’acqua secondari, un elemento naturale simbolico e scenograficamente caratterizzante.

Nascendo sui Monti Simbruini, al confine tra Lazio e Abruzzo, il fiume che anticamente si chiamava Parensio, deve il suo nome alla leggendaria scomparsa nelle sue acque del re etrusco Anio, che tentò di attraversarlo in una notte di piena, nel disperato tentativo di inseguire Cetego, rapitore di sua figlia.

Fin dalle sue origini la città di Tivoli è stata inscindibilmente legata all’Aniene che ne ha senza dubbio condizionato il primitivo assetto insediativo, rappresentando oltremodo, nel corso della sua storia, un pericolo importante, dovuto principalmente a impetuosi cambiamenti di portata che spesso travolsero, con impatto violento, case e strade poste a ridosso delle tenere rive, fatte di accumuli sedimentari (le più impetuose piene da ricordare sono compresa tra quella del 105, ricordata da Plinio il Giovane, e l’ultima del 1826 che determinò la risoluzione del problema).

Per intervento del Papa Gregorio XVI e della Sacra Congregazione delle Acque di Roma (di cui erano Prefetto il Cardinale Rivarola e Segretario il Mons. Massimo), su progetto dell’Architetto Clemente Folchi, dal 1835 il corso originale del fiume fu deviato con un’imponente opera di regimazione che ha visto la realizzazione dei Cunicoli Gregoriani; le due gallerie che, forando il Monte Catillo per quasi 300 m, lasciano cadere attraverso la cascata artificiale alta 105 metri, visibile da Villa Gregoriana, la quantità d’acqua essenziale al ricongiungimento con il vecchio bacino naturale, nel quale fino a quella data perveniva attraverso i baratri sottostanti l’acropoli.

In prosecuzione del lavoro di sistemazione del fiume, nel 1929 furono terminati i lavori di realizzazione del Bacino Idroelettrico di S. Giovanni per regolarizzare il flusso d’acqua diretto alla centrale idroelettrica dell’Acquoria (in funzione dal 1880) attraverso condotte forzate. 

Il Bacino venne realizzato dal Consorzio Idroelettrico dell’Aniene (C.I.A.).

Oggi l’Aniene, dopo aver superato i rilievi appenninici, giunge a Tivoli e, attraversati i cunicoli gregoriani, compie il fragoroso salto della Grande cascata proseguendo il suo corso nelle grotte di Nettuno e della Sibilla.

Dopo il salto, il fiume cambia carattere proseguendo il suo corso con lenti meandri nell’agro romano dove si congiunge al Tevere.

L’abbondanza e la continuità delle acque che lo alimentano fanno dell’Aniene un fiume di buona portata, che fu infatti utilizzato fin dall’antichità per alimentare gli Acquedotti romani nel territorio tiburtino, e successivamente come risorsa per la produzione industriale locale e per la produzione di energia elettrica.

Flora e vegetazione

Dal punto di vista naturalistico si osserva come sulle sponde dell’invaso artificiale vengano a contatto specie vegetali di ambienti differenti.

Alcune di esse, presenti in pochi esemplari, richiamano a vegetazioni riparie a maggiore naturalità nei tratti più a monte del fiume, come l’ontano nero (Alnus glutinosa L. Gaertner), il salice (Salix alba L.) e i pioppi (Populus nigra L. e Populus alba L.) tipici di zone più esterne all’alveo.

Attualmente il bacino costituisce l’habitat ideale per varie specie animali, ed in particolare per l’avifauna degli ambienti di acqua dolce, dove si sviluppa una fascia di canneto a Phragmites, formazione frequente nelle zone paludose e ripariali, nei tratti in cui l’acqua rallenta il suo corso affrontando oscillazioni di livello.

Fauna

Lungo il canneto si osservano numerose specie di uccelli acquatici, tra cui il germano reale (Anas platyrhynchos), anatide di superficie di radevole aspetto, che nel maschio in livrea nuziale ha il capo e la parte superiore del collo di color verde iridescente, con collare bianco, dorso bruno-porporino e specchio alare blu-violaceo orlato di bianco.

Frequente l’avvistamento del cormorano (Phalacrocorax carbo) durante le profonde immersioni di pesca, o poggiato con le ali semiaperte intento ad asciugare le permeabili piume dal colore nerastro.

Non raro l’incontro con l’airone cenerino (Ardea cinerea), dall’ampia apertura alare fino a 170 cm e dal collo piegato “ad S” durante il caratteristico volo dai colpi d’ala lenti e profondi.

Lungo il fiume fin dall’antichità si praticava l’allevamento del pesce, uno dei prodotti più importanti su cui si basava l’alimentazione romana.

Numerosi vivarium (luoghi di allevamento per i pesci di acqua dolce) sono stati individuati nelle ville romane che popolano il territorio tiburtino, primo tra tutti quello ancora conservato e visitabile all’interno della Villa di Manlio Vopisco nel parco di Villa Gregoriana, riferibile al II sec. d. C., dove si possono vedere le vasche, alimentate da un acquedotto diretto e caratterizzate dalla presenza di fori su cui sono impostate anfore per la nidificazione e la riproduzione dei pesci.

Molte erano, inoltre, le peschiere presenti nelle ville dei ricchi patrizi per avere a disposizione pesce fresco per arricchire le loro tavole, come quelle localizzate nella Villa dell’Imperatore Adriano.

L’Agronomo Columella, nel I sec. d. C. racconta che i pesci preferiti dai romani erano l’orata, la trota, la spigola, la sogliola ed anche le murene e le anguille; la trota Fario (salmo trutta forma fario) che fin dal Rinascimento popola anche le peschiere del giardino di Villa d’Este, rappresenta un pesce caratteristico per gli allevamenti e per la gastronomia tiburtina.

La trota è indice della buona qualità dell’acqua infatti vive solo in acque pulite e con una buona ossigenazione.

Presso i ristoranti locali è possibile trovare numerose ricette con le trote dell’Aniene; in zona è presente anche un allevamento che, rifacendosi alle antiche peschiere ed utilizzando un vecchio canale, viene attraversato dall’acqua dell’Aniene per caduta naturale.

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di Tivoli