Il travertino di Tivoli, lapis Tiburtinus, è un particolare tipo di pietra deposta nel Bacino delle Acque Albule, che si sviluppa lungo il fiume Aniene. Si tratta di un calcare sedimentario fortemente stratificato che, per le caratteristiche meccaniche particolarmente adatte all’edilizia, ebbe vastissima diffusione nell’architettura fin dall’antichità, al punto da essere conosciuto ovunque come “Travertino romano”.
L’attività estrattiva si sviluppò nell’antichità a partire dal IV – III secolo a. C., sfruttando gli strati più superficiali, e con il tempo rivestì nell’edilizia un ruolo decisivo trovando molteplici possibilità di impiego. La prima cava del Barco fu aperta tra la fine del III e la seconda metà del II sec. a.C..
Nell’ager Tiburtinus la diffusione del Travertino è amplissima, sia in opere pubbliche, sia nelle tante ville rustiche e rustico-residenziali, per gli elementi monolitici soggetti a carico (soglie, stipiti, architravi), per le parti lapidee dei torchi vinari e oleari e per elementi architettonici (colonne, capitelli, basi) che venivano in genere intonacati e dipinti.
Un impiego fondamentale del Travertino si ebbe nelle mura urbane e nelle ossature portanti delle strutture architettoniche; ad esempio i ponti (Ponte Lucano e Ponte dell’Acquoria) l’esterno di teatri e anfiteatri, i sepolcri gentilizi lungo la via Tiburtina (v. Mausoleo dei Plauzi Silvani, il Sepolcro dei Sereni e il Mausoleo di Claudio Liberale), i Templi dell’acropoli e nel Santuario di Ercole Vincitore di Tivoli.
Le cave continuarono a essere usate fino all’età tardoantica, quando furono abbandonate a causa dell’impaludamento della zona, dovuto agli straripamenti dell’Aniene e delle stesse Acque Albule, il cui emissario non era più sottoposto a manutenzione.
Nel Rinascimento erano note una serie di fornaci, indicate come “Le Calcare di Tigoli”, usate per la produzione della calce, sfruttando le scaglie della “testina” (così denominata perché costituiva lo strato superficiale e quindi “di testa” del banco di Travertino).
La ripresa a pieno ritmo dell’attività estrattiva si verificò tuttavia nella seconda metà del XVI secolo, quando le paludi della zona furono definitivamente prosciugate.
All’inizio del XVI secolo l’antica cava del Barco fornì i blocchi di Travertino destinati alla costruzione di Villa d’Este e alla ricostruzione della basilica di San Pietro.
In questo periodo si costruirono numerosi casali per alloggiare le numerose maestranze impiegate nell’estrazione, lavorazione e trasporto del travertino; tra questi, uno, in località Fosse di Guidonia fu realizzato su progetto di Gian Lorenzo Bernini. Nella seconda metà del XVI secolo, il nuovo governatore di Tivoli, il cardinale Ippolito d’Este, fece costruire sul margine Nord della sua tenuta di caccia che confinava con la Cava del Barco un bellissimo casale con scuderie e foresterie, il Casale del Barco.
La Cava del Barco venne sfruttata anche nei secoli successivi, sebbene in maniera limitata, riprendendo la sua piena attività dal 1870 circa quando Roma divenne la Capitale del nuovo Regno d’Italia. Dalla realizzazione dei Muraglioni del Tevere, commissionati nel 1871 a seguito della piena del fiume, l’attività estrattiva del travertino romano ha infatti ripreso a pieno ritmo, sostenuta dalla nuova domanda del mercato locale, nazionale e estero e che hanno fatto la loro comparsa agli inizi del Novecento.
Agli inizi del novecento con l’introduzione di nuove tecniche industriali di estrazione lo sviluppo dell’attività estrattiva ha avuto un impulso vertiginoso con l’apertura di nuove cave che partendo dalla Cava del Barco si sono estese nell’area compresa tra Tivoli Terme, Villanova e Villalba di Guidonia, allargando il perimetro dell’antica cava romana.
In questo periodo, dopo l’attivazione del tramway a vapore Roma-Tivoli (1879), i blocchi venivano spediti con vagoni su un apposito binario alla stazione ferroviaria di Bagni.
Le cave moderne danno un travertino di minor solidità e compattezza rispetto a quello delle antiche cave romane che infatti sono state abbandonate. Nelle nuove il travertino è più facilmente escavabile.
Dall’antichità alla fine del Settecento non vi sono stati sostanziali mutamenti nella tecnica estrattiva; la grande innovazione nella coltivazione del travertino avvenne nel 1897 con l’avvento del filo elicoidale e, intorno al 1920, con la diffusione dei mezzi cingolati per la movimentazione dei blocchi. Cinquanta anni fa, inoltre, il filo elicoidale viene sostituito con il filo diamantato, più veloce e sicuro le pale cingolate vengono sostituite con le pale gommate.
Oggi il ciclo di produzione in una cava di travertino è composto da una serie di attività: la preparazione o scopertura, l’apertura, lo splateamento con grandi bancate, il taglio, il ribaltamento, la sezionatura, il caricamento ed il trasporto.
Ancora oggi sono attive molte cave che esportano il travertino in tutto il mondo.